Vita personale

In questa sezione:

Fare il pilota: “hobby” o professione?

Il gentiluomo inglese e il suo stile di vita

Film

Volare

Le auto personali di Mike

Amici e colleghi

Fare il pilota: “hobby” o professione?

In diverse interviste Mike sostenne che correre, per lui, era soltanto un “hobby”, e che il suo vero lavoro era quello di ingegnere allo sviluppo.  Presa alla lettera, questa affermazione è chiaramente inverosimile, perlomeno dal 1961 in poi, se teniamo conto di quanto del suo tempo fu impegnato in questa attività e del reddito che gli procurava.  Indubbiamente non fu affatto un dilettante per quanto riguarda il modo in cui si preparava per le gare.  Oltre a saper tutto sull’auto che doveva guidare e a memorizzare nel dettaglio le caratteristiche dei circuiti, cercava anche di mantenersi in forma, tenendo sotto controllo il peso e facendo il tragitto fra casa e lavoro in bicicletta.  Forse il vero significato di quest’affermazione è che lui si vedeva come un discendente dei cosidetti “gentleman drivers” che negli anni 40 e 50 correvano soprattutto per divertirsi e non per guadagno o per reclamizzare una marca di automobile.  Per lui la gioia di correre stava nel cercare di ottenere il miglior rendimento possibile dalle auto e nel competere contro gli altri piloti.

Riteneva che la sua attività di corridore fosse complementare al suo lavoro di ingegnere.  In un’intervista commentò: “E’ significativo, mi pare, che molte delle auto più notevoli del mondo siano state prodotte da organizzazioni in cui i progettisti erano ottimi piloti di gara: l’ingegnere Rudy Ulenhaut della Daimler Benz, per esempio, è anche un pilota eccellente – e nella Mercedes il sua apporto è chiaramente evidente.  Alec Issigonis si è costruito delle vetture ad hoc e con quelle ha corso con successo nell’anteguerra … Colin Chapman, prima di sviluppare la Lotus, fu pilota di gara.”

Enzo Ferrari, nel suo libro “Piloti che gente” dice: “Di piloti ne esistono due principali specie: quelli che corrono per passione e quelli che corrono per ambizione”.Non c’è dubbio che Mike rientrava nella prima di queste due categorie.  Sentiva una forte lealtà verso la sua scuderia, che fosse Equipe Endeavour, Maranello Concessionaires oppure SEFAC Ferrari.  Inoltre accettava che le macchine ufficiali dovevano operare come squadra, sotto l’autorità del Direttore Sportivo, anche se ciò significava che in alcune gare lui non poteva fare il massimo sforzo per vincere.  Riferì a Mark Kahn una conversazione che ebbe con John Surtees quando ambedue lavoravano a Maranello.  Surtees disse che idealmente avrebbe voluto guidare per una scuderia ufficiale che aveva una sola auto, tutta per lui, perchè così non si sarebbe trovato a competere con altri piloti ufficiali e l’auto avrebbe avuto l’attenzione totale dei meccanici.  Mike era di un’idea diversa: “Io non la penso così.  Io mi sono sempre considerato un dipendente della società, né più né meno.  Mi impiegavano per fare un determinato lavoro come componente di una squadra.”

Il gentiluomo inglese e il suo stile di vita Foto Torna ad inizio pagina

Nella stampa, in particolare in Italia e in Francia, spesso Mike fu ritratto come “Il gentiluomo inglese”.  Questo fu dovuto in gran parte al suo modo di vestire e il suo modo di essere, calmo e imperturbabile.Quando non indossava la tuta da corsa usava portare un blazer a doppio petto oppure una giacca di tweed, con camicia e cravatta e pantaloni di flanella o velluto a righe. Per le occasioni più formali portava un abito con gilet e nel taschino del gilet teneva un orologio d’oro trattenuto da una catenella d’oro.  Tutto ciò dava l’impressione, forse, che facesse una vita sociale molto sofisticata.  In realtà la sua vita di tutti i giorni fu piuttosto sobria.  Passava quasi tutto il tempo al lavoro, andava a letto presto e si alzava presto.
La vita delle grandi città non lo attirava.  Sotto molti aspetti una città provinciale come Modena, dove la gente si conosce e scambia pettegolezzi in trattoria o dal barbiere (lui si faceva tagliare i capelli da Antonio d’Elia, il barbiere dove Enzo Ferrari andava tutte le mattine per farsi radere), e gli stranieri in visita alla Ferrari o alla Lamborghini soggiornavano tutti nello stesso albergo, il Real Fini, offriva per lui l’ambiente ideale.  Viaggiava molto ma quasi sempre per partecipare alle gare.  Ogni tanto faceva una puntata a St. Moritz oppure a Davos per andare a sciare, oppure in Sardegna o in Sicilia per un paio di giorni al mare (soprattutto perchè volava col proprio aereo).  Quando era in Inghilterra si trovava con i suoi amici del mondo delle corse.  Praticamente non andava mai in vacanza nel senso convenzionale, per esempio due settimane al mare – si sarebbe annoiato a morte.  Non aveva nessun interesse nel visitare le città o i paesi come turista.  In un‘intervista del 1967, dopo quattro anni in Italia, confessò di non aver mai visto la Torre di Pisa.

I suoi passatempi erano tutti legati in qualche modo alle macchine o alla velocità.  Amava volare e sciare, e persino osò sciare dopo il suo grosso incidente.  Gli piaceva andare in barca a vela e pilotare i motoscafi da gara, come ha fatto qualchevolta con Tommy Sopwith.
L’unico genere di film che lo attirava erano quelli della serie James Bond.  Nel gennaio 1966 la rivista italiana “Autosprint” pubblicò in copertina una foto di Mike, che teneva in mano un modellino Ferrari come fosse una pistola, con la didascalia “Mike Parkes, 007 di Maranello con licenza di vincere”.

Non aveva l’abitudine di accumulare tante cose, a parte macchine varie.  Abitava in un piccolo appartamento e non possedeva molti vestiti.  Spendeva soprattutto per fare le cose che lo divertivano e alle volte fu molto generoso con le persone a lui più vicine.  Sua sorella Annabel  ricorda: “Ci fu un anno in cui mi fece un regalo di compleanno stupendo.  Avevo circa ventisei anni.  Mi invitò, insieme a mio marito Franco, ad andare ad un ballo di alta società a St. Moritz.  Fu una festa elegante, tutti in smoking.  Ma ciò che ricordo di più è l’albergo dove eravamo alloggiati, l’Hotel Kulm.  Si tratta di un classico albergo vecchio, di grande stile, dove abbiamo dormito in una stanza enorme con un finestrone sul lago.  Era l’albergo più lussuoso in cui io avessi mai alloggiato.  E naturalmente ci siamo andati in Ferrari.  Quando siamo arrivati al parcheggio dell’albergo Mike disse a mio marito: ‘Dove parcheggiamo?’ e Franco indicò uno spazio libero.  Mike fece un elegante testa a coda sull’asfalto ghiacciato e infilò l’auto nel buco!”

Film Torna ad inizio pagina

Due volte Mike fu coinvolto nella produzione di film che avevano per soggetto il mondo delle gare automobilistiche.  Nel 1966 lavorò col regista John Frankenheimer come consulente per il film “Grand Prix”.  Nell’estate del 1970 passò buona parte di luglio e agosto a Le Mans, come consulente e pilota per il film “Le Mans” il cui protagonista era Steve McQueen (che possedeva una Ferrari).

Volare Torna ad inizio pagina

Da ragazzo Mike aveva volato spesso con suo padre, appassionato di volo, e quindi era abbastanza naturale che ad un certo punto si decidesse ad imparare a volare.  Cominciò a  prendere lezioni di volo con l’istruttore Danilo Billi all’aeroclub di Modena nell’ottobre 1965, su un M.B. 308.  Ha fatto il primo volo senza istruttore il 12 dicembre 1965.  Il 9 luglio 1966, dopo aver accumulato abbastanza esperienza ed ore di volo, prese il brevetto.  Il passo seguente, nell’estate del 1966, fu l’acquisto di un aereo, una Beechcraft Baron (N1365Z) che amò moltissimo.  Infatti, continuò a volare con questo aereo fino alla sua morte nel 1977.  Nel febbraio e marzo del 1970 (nell’intervallo fra le gare di Daytona e Sebring) seguì un corso alla Burnside-Ott Aviation Training Centre in Florida per ottenere il brevetto di volo cieco e nell’aprile 1970 superò anche l’esame da pilota commerciale.
Dal 1966 in poi ha usato il suo aereo per voli in Italia e in tutta Europa, per diletto e anche per il lavoro, quando bisognava andare nelle località delle gare.  Infatti, il volo fu il suo passatempo principale nel poco tempo libero che aveva a disposizione.  Ha volato anche negli Stati Uniti e nel Kenya.

Le auto personali di Mike Torna ad inizio pagina

Mike passava così tanto tempo a collaudare le Ferrari che non usava molto le proprie auto, se non per trasferirsi da Modena a Maranello o per andare su e giù in Inghilterra.  Quando si trasferì in Italia nel 1963 ci andò con la sua Mini-Cooper di colore blu.  Qualche anno dopo la sostituì con una Imp Rally (avendo partecipato alla progettazione e sviluppo della Imp non poteva non acquistarne una).  Per un breve periodo ha posseduto una Ferrari 275 GTB e poi una Alfa Romeo 1600 GT.  Nel corso di un viaggio in Francia aveva scoperto una vecchia Bentley Mk VI del 1952, bisognosa di un restauro completo.  La comperò, la fece trasportare a Modena, e poi un po’ alla volta la restaurò con cura, procurando i pezzi necessari e facendo rifare i sedili in cuoio.  La teneva in un box vicino a Modena e ogni tanto la usava per fare “il giro dell domenica”.  La sua ultima auto fu una Lancia Beta Coupé.

Amici e colleghi   Foto Torna ad inizio pagina

Mike aveva un ampio cerchio di amici maschi, sia in Inghilterra che in Italia.  A parte alcuni amici degli anni del collegio, come John Nunn e Harold Dawes, erano quasi tutti ingegneri, altri piloti o persone legate in qualche modo al mondo delle gare automobilistiche.  Fra i suoi amici ingegneri inglesi c’erano Tim Fry e Peter Nott, colleghi della Rootes, Alec Issigonis, Alex Moulton, Michael Christie, David Fry, e Geoff Williamson.  Gli amici inglesi che connobbe tramite le gare comprendevano Tommy Sopwith, Col. Ronnie Hoare, Jack Sears, Graham Hill, David Piper e Dick Wilkins.  Fra i piloti che frequentava fuori pista ci furono Ludovico Scarfiotti, Umberto Maglioli, Lorenzo Bandini, Chris Amon, Jean Guichet, Jonathan Williams e Willy Mairesse.  Il suoi amici italiani comprendevano Luigi Finelli e Ludovico di Cossato, che lo aiutò a comperare il Beechcraft Baron.  Altre persone importanti nella sua vita furono quelli con cui lavorava: i meccanici, i collaudatori e gli ingegneri alla Ferrari, lo stilista di auto Sergio Pininfarina, il carrozziere modenese Scaglietti, la sua segretaria e amica Brenda Vernor, i suoi colleghi alla Scuderia Filipinetti e alla Lancia, e i piloti rally della Lancia.  Data la sua vita frenetica, sempre in movimento, alle volte gli fu difficile mantenere i contatti con la gente e incontrarli spesso, ma quando era possibile gli piaceva molto trovarsi con gli amici attorno al tavolo da pranzo.

Nel corso degli anni Mike ebbe varie “fidanzate”, che di tanto in tanto arrivavano a Modena.  Infatti il Commendator Enzo Ferrari lo canzonava a questo proposito ad ogni occasione.  Finchè non correva Mike non se la sentiva di sposarsi, imponendo ad una moglie l’ansia della convivenza con un corridore.  E poi, a dire il vero, gli piaceva sentirsi libero di fare ciò che gli pareva quando gli pareva.  Verso la fine, facendo una vita più posata a Torino, accettò l’idea di sposarsi e infatti poco tempo prima di morire si era fidanzato con Penelope Dowson, il cui padre George Dowson aveva lavorato con Alec Issigonis per sviluppare una “Lightweight special” negli anni 30 e 40.

Comunque la sua bionda preferita fu il suo cane Labrador, Fred (in realtà Federica, perche era una femmina), che prese in Inghilterra dopo il suo incidente del 1967.  Fred diventò la sua compagna inseparabile – in ufficio, in aereo, e nei viaggi in altri paesi europei (ma non in Inghilterra, per via dei regolamenti di quarantena).  Dopo alcuni anni prese un secondo Labrador, Whisky, anche lui di color biondo, per fare compagnia a Fred.  Mike era stupito dalle capacità di orientamento della Fred: quando ritornava a Modena in aereo lei sapeva sempre quando l’aereo si stava avvicinando a casa, si risvegliava e cominciava a guardare fuori dal finestrino dell’aereo.

Advertisements